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Doping e Olimpiadi: si attende un pronunciamento del TAS sulla regola 45

Giovedì 28 Aprile 2011, 09:26 in Sport di

TAS Poco prima delle Olimpiadi di Pechino, al fine di combattere la piaga del doping, il Comitato Olimpico Internazionale introdusse un ulteriore criterio di eliggibilità alla partecipazione ai Giochi Olimpici nell'Olympic Charter:"ogni atleta che riceve una sanzione superiore ai sei mesi per doping non potrà partecipare alle Olimpiadi successive alla data del termine della sanzione". 

Il provvedimento, decisamente condivisibile, ripropone in forma più lieve quanto previsto, ad esempio, dal Comitato Olimpico Britannico che sin dal 1992 ha deciso di escludere a vita gli atleti squalificati per una colpa grave in materia di doping. 

La decisione del CIO ha trovato molti sostenitori ma anche critici che basano le loro proteste sul fatto che si tratterebbe di una seconda punizione per una infrazione già sanzionata mentre i sostenitori parlano non di punizione di semplicemente di non eliggibilità.

In vista delle Olimpiadi di Londra ci si attende un uragano di ricorsi al TAS, il Tribunale Amministrativo Sportivo, di Losanna, l'organismo indipendente che nei prossimi giorni si dovrà pronunciare sul caso Contador. I casi sono molti e oltre alle situazioni lineari con squalifiche nel corso del quadriennio, vi sono anche situazioni più complesse e discutibili come quelle relative agli atleti trovati colpevoli tra giugno e agosto 2008 che, di fatto, rischiano l'esclusione da due edizioni delle Olimpiadi.

Un caso è quello della nuotatrice statunitense Jessica Hardy, squalificata per uso di clenbuterolo ai Trials americani ad inizio luglio 2008 ed esclusa dalle Olimpiadi di Pechino; caso del tutto analogo è quello della ciclista azzurra Marta Bastianelli, trovata positiva il 5 luglio 2008 alla fenfluramina e squalificata per due anni. 

Al fine di evitare una pioggia di ricorsi individuali che peraltro avrebbero potuto avere luogo solo dopo la qualificazione di un atleta "soggetto" alla regola alterando tutti i sistemi di selezione, il CIO e il Comitato Olimpico Statunitense hanno rischiesto al TAS un pronunciamento che, sebbene richiesto per il caso Hardy, sarà di contenuto generale al fine di fare giursiprudenza in materia.

 

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28 Apr 2011
alle 12:00

Alessandro

Il tema Doping, che è esistito, esiste, ed esisterà sempre, sin quando esisterà lo sport agonistico,farà sempre discutere anche perchè coinvolge qualsiasi sport. Il problema è che c'è sempre stata una non uniformità tra gli sport, ma anche all'interno dello stessa federazione internazionale tra gli atleti di diverse nazioni. Il provvedimento olimpico poi è ,a mio parere, abbastanza comprensibile in quanto deterrente in un certo qual modo e forse sarebbe dovuto essere precedente,dal momento che se fosse partito dal 1992,per fare un esempio  la lunghista nigeriana Chioma Ajunwa, rientrata con una lunga squalifica alle spalle un paio di mesi prima di Atlanta forse non avrebbe vinto l'oro olimpico. Ma in ogni caso ci sarebbero sempre state polemiche,così come quelle che ci saranno d'ora in poi, anche perchè si potrebbe giustamente dire che chi ha pagato la propria colpa ha diritto a una seconda possibilità. Anche il comportamento di istituzioni come lo stesso Coni che cambiò più volte atteggiamento a seconda che si parlasse di uno schermidore positivo piuttosto che di una ciclista,non aiuta a migliorare la situazione. Quello di cui si avrebbe bisogno è ,secondo me ,di un regolamento univoco per qualsiasi sport, e di nessuna differenza da nazione a nazione,sia come intensità e qualità dei controlli cioè ricerca di tutte le sostanze in qualsiasi sport(es. l'epo negli sport di squadra), sia dal punto di vista delle sanzioni, che però non dovrebbero mai limitarsi al solo atleta ma coinvolgere e colpire molto di più le figure tecniche e mediche della società, squadra o federazione, nel caso l'atleta sia stato squalificato con la propria nazionale.

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